“Antonella Zazzera. Le origini del fare” di Federico Sardella, 2014

 

Antonella Zazzera è nata a Todi. Lavora nella grande casa dove è cresciuta. Vive con Marco, accanto ai genitori e al nonno. Il suo studio di anno in anno si ingrandisce, assecondando la crescita, lo svolgersi e il modificarsi del lavoro. Studio e abitazione si confondono, sovrapponendosi, e i magazzini che un tempo ospitavano il raccolto ora accolgono telai, bobine e materiali diversi.
Antonella lavora tutti i giorni. Non vi è momento in cui il suo procedere non sia guidato dalle esigenze del lavoro, qualunque esse siano. Naturalmente, il corso delle opere è determinato dalle stagioni. Viste le loro dimensioni, i grandi Armonici in rame richiedono il bel tempo per poter essere ultimati all’esterno. Se durante l’inverno o in primavera vengono assemblati invece i telai e preparate le basi con il filo di rame, le Carte/Scultura vengono finite in estate, in modo che il bagno nella polpa di cellulosa che le consolida possa asciugare al meglio. All’ombra di un tiglio se il sole splende o davanti ad un camino quando fa freddo, Antonella compie i gesti che stanno alla base del suo metodo, quotidianamente. Gesti che si rinnovano nel loro ripetersi, controllati al punto che, in un’intervista del 2010, dichiara: “Io calcolo tutto. All’inizio è difficile, ma una volta che ho acquisito confidenza e padronanza della tecnica, una volta entrata nel sistema determino il flusso della corrente e detto le regole… all’inizio c’è casualità, ma io cerco di impadronirmi della materia artistica, voglio avere la consapevolezza piena del mio fare. Anche per questo motivo appunto tutto nei miei quaderni: per avere il controllo totale dei mie gesti, di quelli passati, di quelli che compio e di quelli che compirò…”. Da queste parole emergono una profonda consapevolezza del proprio lavoro e una capacità di ascolto del lato più originario del proprio esserci, coscienza della propria dimensione, delle proprie origini e del proprio divenire, dell’importanza dei gesti e dei materiali: corpo e traccia dell’idea; intesa fra aspetto razionale e gesto istintivo o liberatorio, generato dalle dimensioni e dagli andamenti del corpo dell’artista. “I miei lavori ed io siamo un’unica cosa – spiega ancora Antonella. L’opera d’arte è l’artista, è questo crea un legame talmente forte con la materia che plasma che si fonde con lei attraverso il Segnotraccia. Quello che provo, che sono e che mi accade si riflette nei miei lavori totalmente, sulla loro superficie ed in profondità, nella loro interezza”.
Il procedimento di costruzione, lento e meticoloso, contempla dunque fasi alterne e contrastanti. C’è un aspetto primordiale, mentale, di concepimento dell’opera, del quale spesso troviamo traccia in quaderni disegnati e scritti oppure in appunti sparsi tesi a trattenere attimi che altrimenti sfuggirebbero. C’è una gestazione, una crescita graduale ed uno sviluppo del lavoro, che si ispessisce e prende corpo naturalmente grazie ad un processo di sedimentazione del materiale che avviene nello spazio e nel tempo, partendo da un unico filo di rame il quale non viene intrecciato – pratica che riguarda la tessitura e che non ha invece a che fare con il procedere di Antonella – ma sovrapposto, determinando gli andamenti e le vibrazioni che l’opera ultimata restituirà. C’è infine il momento del concepimento, che corrisponde anche ad una sorta di distacco dal lavoro che, liberato dal telaio che lo costringe, prende forma definitiva ed è “messo al mondo”. Sia gli Armonici sia le Carte/Scultura necessitano infatti di una struttura che li regga e li argini per poter essere costruiti, un veicolo finalizzato a comprimere all’interno dei manufatti attimi di quiete e di tensione che si equivalgono e che proseguiranno a governare le vibranti superfici di Antonella Zazzera nel tempo, rendendole vive ed indipendenti.
Una volta “date alla luce” (in senso stretto: di messe al mondo, ma anche lato: di offerte alla luce…), una volta rese creature autonome, a queste sculture, che vivono del materiale del quale sono costituite, si addizionano sostanze quali spazio e tempo, pieno e vuoto, ombra e luce: elementi non fisici che si fanno presenza e che si presentano schiettamente in quanto tali, consentendo all’opera di vivere in modo pieno la sua condizione di corpo unico, lirico ed irripetibile.
Tra costruzione ed intuizione, alla base del lavoro di Antonella c’è la necessità imprescindibile di plasmare la materia, di ordinarla ed organizzarla, trasformandola in energia pura. “La potenza energetica dei continui moti dell’essere prende forma in natura attraverso la curva, espressione massima dell’armonia cosmica e dell’unica realtà possibile: quella dell’uomo armonico”, specifica l’artista in uno scritto inedito del 1999/2000. Ed ancora, aggiunge che: “Il susseguirsi continuo di un codice singolare è principio di affermazione dei nuovi ritmi vitali in incessante progressione, fonte di un nuovo sviluppo che si concretizza nella natura curva: la dimensione totalizzante del nuovo essere artistico”. L’ostinata ricerca di questa “dimensione armonica”, l’unica possibile, riporta l’artista al centro dell’opera, affermando nuovamente il suo ruolo fondante di demiurgo, o di alchimista, e sottintende una fusione totale fra arte e vita: credo che, da sempre, sta alla base del costruire di Antonella. Frequentare la sua casa e il suo studio, cosa che faccio con regolarità da una decina d’anni, è un’esperienza non solita. Diversamente da quanto avviene facendo visita ad un artista con uno studio “solito” o che lavora in una grande città, passare qualche giorno con Antonella a Todi implica il fare i conti con il suo mondo e il suo modo, totalizzanti e senza limiti, i cui tentacoli tendono a raggiungere gli angoli più remoti del nostro esserci, modificando irreversibilmente il nostro pensiero e i nostri comportamenti, conducendoci ed educandoci ad una sorta di visione interiore in bilico fra presa di coscienza e fruizione dell’opera, fra viaggio e malia, fra percezione superficiale dell’oggetto ed affondo nelle logiche segrete che determinano l’intelligenza della sua presenza.
In questo atelier, dove lo sguardo non trova pace e si fa inquieto e vigile, ora sollecitato da un dettaglio, ora affascinato dalla visione d’insieme, il tempo si dilata, tanto da potersi dedicare al lavoro molto più che altrove, disponendo a pieno di tutte le ore del giorno. Lo stesso Piero Dorazio, le cui tramature – impropriamente chiamate “reticoli” e che lui stesso descriveva come “sedimentazioni” – possono essere felicemente accostate a quelle di Antonella, facendo il punto sul suo “vivere in Umbria”, in un testo del 1993 si domanda come “è accaduto che tanti anni siano trascorsi e che abbia lavorato tanto, senza che me ne accorgessi, A chi devo questo miracolo? (…) Qui la nozione del tempo si intende a orecchio; essa è scandita dal clima variabile, dalle direzioni del vento, dal rincorrersi delle nuvole, dalla frequenza e dalla quantità delle precipitazioni, siano esse pioggia, grandine o neve. Qui il più preciso orologio si può buttare via. Come ai tempi antichi osserviamo il cielo di mattina presto, seguiamo il volo degli uccelli e possiamo intuire in qualunque momento del giorno, l’ora quasi esatta. (…) Ma cosa trovano intellettuali e artisti da queste parti? Certamente qualcosa che hanno sempre cercato come me. Forse proprio quell’equilibrio fra il vivere, il fare e la meditazione che ho descritto più sopra, un bene inalienabile che la nostra civiltà sembra aver dimenticato”.
Un bene dimenticato, messo in disparte dalla frenesia del contemporaneo stretto, trascurato in favore di successi frivoli, di forme vuote, spettacolari e prive di contenuti, questo equilibrio al quale accenna Dorazio è lo stesso del quale si nutre giornalmente Antonella Zazzera. Negli appunti sparsi che lascia, espressione dell’aspetto più mentale del suo universo, ricorrono non a caso parole chiave quali: Movimenti incessanti… Scambi energetici… Volontà di azione… Potenza energetica… Generatore attivo… Moti dell’essere. Ricorrono accenni e affondi circa la curva, espressione massima dell’armonia cosmica e dell’unica realtà possibile: quella dell’Uomo armonico.
La curva, il suo senso più profondo e molte delle sue possibili declinazioni, caratterizzano, a questo punto, tutte le scelte e le sculture di Antonella, tutti i suoi gesti e le tracce che lascia. La curva in Antonella – sensuale e misteriosa, accecante ed invincibile – è rigogliosa e abbondante come quella che governa l’aspetto delle Veneri paleolitiche, è multipla e complessa come quella che muove le facciate barocche o le sculture di Bernini, è limpida e fuggente come in Medardo Rosso. E poi, a ben guardare, accarezzando con lo sguardo gli oggetti d’affezione dei quali Antonella si circonda (una corteccia, un ceppo di legno sfrangiato, un nido che è stato rinforzato grazie all’innesto di fili di rame, un vecchio attrezzo da lavoro, un sasso, una matassa o un bastone…) e che grazie all’occhio di Melina Mulas che li ha fotografati sono resi disponibili in questo libro – una sorta di inventario del quotidiano, una specie di campionario di soglie che tendono a svelare le origini del fare di Antonella – in loro ritroviamo quelle stesse evoluzioni e parabole, quegli stessi tratti non rettilinei e quelle stesse naturali rotondità.
E poi, la schiena curva sul fare modifica il suo movimento in funzione di un’operosità senza sosta, tutta tesa a fissare la luce sulla materia, imprimendole il senso della vita, del proprio stare ed essere in un divenire universale, curvo ed armonico.
E poi, uscendo dallo studio ed affacciandosi alla campagna senza fine, interrotta solo ogni tanto dalle tracce dell’uomo, altre curve: quelle antiche del paesaggio morbido e consumato, quelle stanche dei cavi la cui tensione è allentata dal passare del tempo, quelle precarie e destinate a modificarsi lasciate nella terra da un trattore, quelle che in un moto continuo increspano uno specchio d’acqua, quelle destinate a rinnovarsi e a ripetersi dei girasoli, dei frutti e dei filamentosi tralci.

 

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