“Discreti clamori
” di Federico Sardella, 2007

 

Chiacchierando con Antonella capita di sentirla ripetere che opera d’arte e artista in qualche modo coincidono e che trova stimolante constatare come ciò accada spesso in alcuni degli artisti che ama e frequenta. E se questo principio, a suo dire, è valido per Carmengloria Morales, Giuseppe Spagnulo o Nicola Carrino, più che mai è valido per lei. L’Opera d’Arte è l’Artista, afferma perentoria. l’Io, la ricerca armonica sulla materia, ovvero l’arte, sono un’unica cosa che si concretizza attraverso l’unicità, l’irripetibilità, la liricità.
Antonella Zazzera si distingue per un’apparente fragilità ma è invece dotata di resistenza, caparbietà e ostinazione. Un sottile strato di porcellana la riveste a mascherare un nucleo ferroso pregno di discrezione e silenzio ma anche di desiderio e di capacità di esplodere. Così è il suo fare, discreto ed abbagliante, ricco di consapevolezza e di rimandi al passato, distinto da una spiazzante e rara originalità.
Gli “Armonici”, le sculture presentate in questa rassegna, hanno un legame strettissimo con le opere precedenti. Un’evoluzione naturale e spontanea conseguente si verifica rispetto ai lavori degli anni appena passati. Dalle “Madri Matrici”, costituite da strati di gesso e antirombo su garza, ai “Frammenti”, derivati da un procedimento rituale di battitura delle “Madri Matrici”, che si staccano dal corpo che li ha generati per acquistare vita propria ed essere catalogati e custoditi come reperti.
L’artista fotografa inoltre delle piccole lastre di vetronite, un materiale costituito da rame e polvere di vetro, sulle quali pratica graffi, solchi e incisioni, quasi a permettere che il lavoro pittorico sia proiettato su queste superfici. Le lastre, una volta fotografate, mostrano all’occhio bagliori altrimenti impercettibili, corpi puri e presenze fatte di segni e di tracce. Negli “Armonici” ritroviamo quegli stessi segni e quelle stesse tracce, le stesse forme spontanee e naturali. Il “segnotraccia”, così lo chiama Antonella, è l’identificazione totale tra l’essere e la materia artistica, è il gesto dell’uomo preistorico che, giorno dopo giorno, si rinnova trovando altri spazi ed altre modalità. Scavato nella vetronite si materializza e, staccandosi dalla sua superficie, va a costituire, appunto, gli “Armonici”: forme non forme generate dalla luce… corpi di energia. Queste sculture costituite da fili di rame di differenti tonalità, attraverso un lungo procedimento di sedimentazione prendono posto sia a terra che a parete nello spazio che le contiene, in rapporto armonico con questo. La luce è intesa come elemento trasmutante, che lentamente tesse le forme, ne origina la vita… plasma le superfici dinamiche, generate da esasperate ritmiche. Una luce che nutre il corpo dell’opera e lo rende vivo, vestendolo di discreto clamore. Una luce che esalta e rileva linee di forza, tesse forme e plasma strutture cangianti, mutevoli e infuocate. Gli “Armonici” hanno andamenti morbidi, mai spezzati: la curva, luogo di identificazione tra uomo e natura, domina su tutto. Luci, ombre, colori, riflessioni, giustapposizioni, animano le forme sinuose. Forme che si mostrano in tutto il loro splendore con una timidezza di fondo e un certo pudore, mai impettite ma naturalmente adagiate.

 

PDF