“Armoniche tensioni. Una conversazione con Antonella Zazzera” di Federico Sardella, 2008

 

Federico Sardella: Il tuo lavoro si sviluppa per gruppi di opere. L’intuizione prende forma ma non si esaurisce immediatamente: dà vita ad un percorso complesso dove le esperienze si accumulano e lo sperimentare riguarda la naturale evoluzione di un assunto iniziale. Piccoli spostamenti segnano il tuo procedere lento ed ostinato. Dalle Madri Matrici ai Frammenti, dalle opere fotografiche a quelle pittoriche e disegnate, il tuo fare pare essere caratterizzato da continue variazioni dettate dal mutare e dallo svolgersi di un segno, da te definito Segnotraccia. Anche i tuoi lavori più recenti, gli Armonici, la cui genesi è collocabile nel 2004, hanno un legame molto stretto con il Segnotraccia che caratterizza le opere precedenti. In quale modo hai dato il via a questa serie di sculture e per quale motivo la scelta del titolo che, affiancato da un numero romano in progressione, le distingue?

Antonella Zazzera: L’idea degli Armonici si è sviluppata con l’esigenza di riportare l’Essere nella sua dimensione originaria: la Natura. In essa l’uomo si riscopre, rintraccia i propri ritmi e si identifica nella curva: espressione della totalità dell’Essere e concretizzazione della sua struttura ciclica ed armonica. Da questa riflessione nasce quel segno puro, spontaneo e istintivo: il Segnotraccia. Questo rappresenta la stretta fusione dell’Io con la materia artistica, che è verità motrice dell’unicità, archetipo visivo e sensitivo che diviene identificazione totale con l’essere nel suo divenire. Nello specifico, l’idea degli Armonici nasce dall’esigenza di dare tridimensionalità, e quindi corpo, ai Segnotraccia fotografici. La sperimentazione di materiali sempre nuovi mi ha portato a lavorare con la vetronite, costituita da due lastre sottili di rame unite da uno strato compatto di polvere di vetro, sulla cui superficie ho praticato graffi e solcature. La luce vi penetra e per riflessione e rifrazione genera forme pure, spontanee e cromatismi impercettibili ad occhio nudo, che solo attraverso la sensibilità della pellicola fotografica sono riuscita a catturare. In seguito, quei segni e quelle forme di luce si sono materializzati all’esterno ed hanno preso corpo. Gli Armonici sono una sorta di materializzazione dei segni presenti nelle mie fotografie, il Segnotraccia fotografico si concretizza nel fine filo luminoso e sedimentando compone curve strutture dinamiche.

FS Osservando le tue sculture ho spesso l’impressione di non avere a che fare con opere in senso stretto ma bensì con opere-evento o con vere e proprie installazioni. Che rapporto esiste tra gli Armonici e lo spazio in cui sono proposti? Quali sono i principali problemi che ti trovi a dover affrontare mentre progetti e realizzi un’opera da collocare in un interno piuttosto che all’esterno?

AZ Per me è fondamentale il rapporto tra scultura e spazio. Realizzo gli Armonici in stretta relazione con il luogo che andrà a contenerli, attraverso lo studio di rapporti di equilibrio ed armonia; è lo spazio che mi spinge a procedere e che ne detta l’andamento e la trasformazione, sia all’interno sia all’esterno. Preferisco realizzare sculture da presentare all’aperto, in un giardino o in un parco, dove una volta istallate, nelle zone in cui il filo di rame è più rado, i fili d’erba si sovrappongono a quelli di rame e l’andamento dell’uno si mescola o influenza l’andamento dell’altro. Negli spazi interni mi sento più costretta, la condizione è diversa, mi interessa comunque rapportarmi e confrontarmi con architetture e strutture create da altri.

FS La costrizione che avverti quando progetti per uno spazio chiuso dipende anche dal fatto che le opere saranno illuminate da fonti artificiali, diversamente da quanto avviene in esterno dove le superfici degli Armonici si inebriano di luce sino a risultare infuocate?

AZ La luce ha generato le mie forme. Nate dalla luce è giusto che tornino alla luce e che grazie a questa vivano. La luce del sole materializza gli Armonici, plasma le superfici, le rende vibranti e leggere, ne esalta la purezza ed il cromatismo. La luce si insinua tra un filo di rame e l’altro, rende vive le mie forme non forme, le definisce, le determina e al tempo stesso le rende vaghe. Da piccola, d’estate, giocavo spesso con una ciotola piena d’acqua. Muovevo l’acqua e la luce disegnava delle forme. Più agitavo l’acqua e più le forme si modificavano, si trasformavano, in continuazione. A volte penso che gli Armonici abbiano la forma della carezza della luce…

FS Il primo degli Armonici è molto piccolo, una sorta di nido, di spazio raccolto e delimitato dal filo di rame, mentre quello che hai realizzato poco dopo è costituito da tre elementi, due dei quali superano i tre metri di lunghezza, quasi come se tu avessi subito sentito l’esigenza di confrontarti con le grandi dimensioni.

AZ Ogni volta che inizio una nuova serie di opere, la prima è sempre, in linea di massima, piccola, ma non una maquette di una futura scultura più grande. Immediatamente sento però l’esigenza di rapportarmi con dimensioni maggiori. È successo nel caso degli Armonici, ma anche le Madri Matrici si sono evolute nello stesso modo.

FS Che cosa lega e che cosa distingue il primo degli Armonici da questi che vedo in studio in corso d’esecuzione?

AZ Innanzi tutto differiscono nella sedimentazione della trama. Nei primi era quasi trasparente, dava l’impressione di essere la conseguenza diretta di un disegno o di un gesto semplice, forse poco definito; ora è molto più costruita e complessa. Col tempo è poi aumentato notevolmente lo spessore delle opere e di conseguenza il loro corpo scultoreo. Negli ultimi lavori c’è poi un consapevole studio dei colori. Se inizialmente usavo un filo di rame di un’unica tonalità, ora ho una vera e propria tavolozza. Le mie bobine sono i colori che utilizzo e che mescolo.

FS Dalle tue parole pare che nel momento in cui hai iniziato a vedere gli Armonici dirigersi, per caratteristiche, dimensioni e presenza, verso la scultura, hai sondato e approfondito anche le possibilità che questi avevano di rapportarsi con il colore e con una certa pittura…

AZ Quando lavoro non mi pongo alcuna domanda circa quello che sto facendo, se pittura, scultura o altro. Lavoro e basta, solitaria, rapportandomi con la storia dell’arte. Quello che faccio cresce dentro e si sviluppa con il tempo. La pittura è stato lo strumento primo che mi ha permesso di fare arte e la fase finale di lavorazione di un Armonico ha molto a che fare con la pittura: utilizzo fili di rame di differenti tonalità e li combino in modo da creare riflessi e vibrazioni… gli Armonici sono tendenzialmente monocromi nell’aspetto, ma il combinare fili di svariati colori e spessori genera una sorta di movimento sulla loro superficie. Quando lavoro ho in mente la pittura divisionista, le grandi tele di Segantini e di Previati, la pittura futurista, gli studi sulla luce di Balla e quelli sulla sedimentazione segnico-cromatica di Dorazio. Effettivamente penso alla pittura mentre faccio scultura.

FS Il modo in cui gli Armonici prendono posto, a terra o sulla parete, le forme che disegnano e lo spazio che plasmano, mi portano a pensare, ai feltri di Robert Morris ed al loro essere scultura ed installazione simultaneamente, anche se negli Armonici non avverto la stessa svogliatezza. Mi fanno pensare ai Bachi da setola di Pino Pascali e al loro essere creature magiche e poetiche. Posso riscontrare delle assonanze con il fare di alcuni scultori, con le loro forme e la loro cifra, ma, forse per la personalissima tecnica di esecuzione, forse per come le tue opere si collocano a fatica nel panorama del contemporaneo che va, non vedo alcun filo diretto, nessun legame di sangue manifesto.

AZ Robert Morris è uno degli artisti a cui mi sembra giusto far riferimento, anche se ho conosciuto il suo lavoro dopo aver dato vita agli Armonici. Non ho guardato a lui, né ad altri scultori in particolare. Con alcuni può esserci affinità formale, ma nulla di più. Di molti artisti ho guardato il credo e non tanto il risultato. Senza cercare un confronto diretto con altro di contemporaneo, costruisco la mia materia e gli do forma. Parto da un filo di rame che mai si intreccia ma che si sovrappone e si sedimenta. Lo spazio sottostante alla superficie determina il movimento e la vibrazione della parte superiore. Nel momento in cui il lavoro è finito, i fili/segno prendono posto, trovano giusta sistemazione e, al loro interno, attimi di tensione e di quiete si equivalgono.

FS Il tuo accennare a quieti e tensioni che si equivalgono, negli Armonici, mi porta a pensare al loro procedimento di costruzione lenta ed impegnativa, segnata da differenti fasi, ultima delle quali, il momento in cui il lavoro è liberato dal telaio e prende forma definitivamente. La tensione è allentata… ma questa continua a caratterizzare il lavoro, lo rende vivo, teso in sé e teso verso chi lo osserva.

AZ Il fatto della tensione che tu avverti è per me molto importante. Quando realizzo l’opera, è carica di tensioni, non solo strutturali. Lo stato di quiete, di armonia e di adagiamento arriva in un secondo tempo. Inoltre, lo stato di tensione corrisponde al momento della creazione. Sono coinvolta anche fisicamente nella costruzione degli Armonici e solo nel momento in cui stacco il lavoro dal telaio la tensione si annulla. Tutto si rilascia e si distende, almeno in parte.

FS Che cosa del tuo vissuto, delle tue giornate, degli incontri o di ciò che leggi entra negli Armonici? Cosa di te il rame assorbe e trattiene gelosamente al suo interno?

AZ I miei lavori ed io siamo un’unica cosa. L’opera d’arte è l’artista, questo crea un legame talmente forte con la materia che plasma che si fonde con lei attraverso il Segnotraccia. Quello che provo, che sono e che mi accade giornalmente si riflette nei miei lavori totalmente, sulla loro superficie ed in profondità, nella loro interezza.

FS Quando hai acquisito consapevolezza del tuo fare? C’è un particolare momento in cui hai deciso o capito di essere artista?

AZ Quando ero piccola manipolavo di tutto: argilla, sabbie, terre, legni… Disegnavo molto e se mi chiedevano che cosa avessi voluto fare da grande, rispondevo che avrei desiderato diventare una pittrice. Non c’è un momento preciso in cui ho preso coscienza di quello che facevo e volevo, è stato un percorso graduale. Dopo il liceo, la frequentazione dell’Accademia mi ha portato a dover concretizzare alcune idee e a confrontarmi con tecniche e materiali e, cosa fondamentale, con la storia dell’arte e con il disegno. Del chiaroscuro mi appassionavano le possibilità di plasmare attraverso la luce le forme… riproducevo a matita i quadri di Caravaggio. Mi ha sempre affascinato il contrasto tra buio e luce presente nelle sue tele, la sua capacità di strumentalizzare la luce e di impiegarla per determinare l’evento fondamentale all’interno dell’opera.

FS Nelle tue opere qual è l’evento fondamentale che si determina?

AZ L’evento fondamentale è dettato dalle vibrazioni generate dalla luce e riguarda le conseguenti trasformazioni che coinvolgono e sollecitano la superficie. La sedimentazione, che è il processo attraverso cui gli Armonici si formano, è per me misura del tempo, distingue il mio lavoro e segna lo spazio-tempo dell’artista e del suo agire. Vedo i miei lavori come una macchina del tempo. Si modificano con il passare delle ore del giorno: toni chiari grazie alla luce del mattino, abbaglianti, quasi accecanti, a mezzogiorno e via più spenti la sera; naturalmente, inevitabilmente. Gli Armonici sono creature che vivono solitarie, nella luce. Sono forme che non accosto a nulla di conosciuto. Vivono in modo indipendente la loro condizione di corpi unici, lirici e irripetibili.

 

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